Pratyahara

Dal Prânâyâma al Pratyāhāra

Y.S. II 53:
Dharanasu cha yogyata manasa.
Allora la mente è pronta alla concentrazione (dharana).

Il naturale esito di un Prânâyâma corretto seguito da una pratica corretta di Asana, Yama e Niyama è una interiorizzazione tale che il respiro si sospende naturalmente.
E’ dunque un primo distacco sensoriale.
E così, da questa onda, ci facciamo condurre al Pratyāhāra.
Possiamo davvero dire a questo punto di aver messo il piede su un ponte, quello tra il bahir Yoga (yoga esterno o di superficie) e l’Antar Yoga (yoga interno o profondo-spirituale) .

Quando avremo attraversato questo ponte potremo dire di trovarci realmente su un altro livello di coscienza.

Che cosa è il Pratyāhāra? E soprattutto perché farlo?

Il Pratyāhāra è tanto per cominciare una via che conduce al distacco di percezione dagli stimoli sensoriali. Ma perché fare questo? Perché cercare una astrazione dai dati sensoriali?
Quando con Asana Patanjali ci dice che si arriva alla immersione nell’infinito, vuol dire che siamo in questo stato.
Pratyāhāra è un ritiro dei sensi certo, ma ci insegna il distacco ed il discernimento.

Andiamo per gradi.

Il Pratyahara ci insegna a mettere ordine nel caos generato da distorte interpretazioni di corrette percezioni sensoriali che nascono nella mente di superficie ed originanti spesso persino da quanto noi non possiamo più nemmeno ricordare. Fosse anche dal momento della nascita. Su tali meccanismi automatici può costruirsi anzi, si costruisce, l’intera vita di ciascuno di noi. 

Ecco che, se vogliamo andare a conseguire un incontro spirituale, una pacificazione o riappropriazione della mente profonda con la meditazione, non possiamo portarci appresso questi fardelli, è materialmente impossibile accedere ad un vero stato meditativo se non si è fatta piazza pulita di tutta questa confusione generata dalla mente di superficie e dai suoi automatismo indotti dall’esterno.
Non possiamo vedere chi è l’essere spirituale che abbiamo incarnato senza eliminare da quell’uomo tutto ciò che la vita Terrestre ha stratificato su di lui. Premesso che l’uomo basa la sua esistenza terrena sulle informazioni che rimandano i sensi, il punto non è rinnegare i sensi ma controllare le rappresentazioni che si fa la mente di superficie dopo la percezione sensoriale a causa della programmazione sociale nella quale siamo immersi.

Vediamo il processo
Poiché i sensi necessariamente producono una percezione, questa deve essere elaborata e trasformata in pensiero, “bello, brutto, mi piace, non mi piace”. Ma se questo abbinamento è condizionato dall’esterno, dall’inconscio, dai modi di fare della società cui apparteniamo, dalle forme pensiero con cui siamo cresciuti ed in cui viviamo e via così, quella percezione sensoriale diretta (pratyaksa), seppur appartenente alle forme di conoscenza retta Pramana, come dice Patanjali, perde la sua veracità nel momento in cui incontra i filtri della nostra mente di superficie.

Dunque le percezioni sono corrette, sono i pensieri che ne scaturiscono ad essere condizionati.

Allora la prima cosa che dobbiamo fare è intervenire sui sensi.
Staccare la spina che collega i pensieri ai 5 sensi.
Se io acquieto i 5 sensi, li isolo od al contrario porto su di essi tutta la mia attenzione, la mente nel primo caso non potrà avere più percezioni diretta da quella fonte, nel secondo caso sarà obbligata a non pensare per i fatti suoi. Ancora non smetterà di produrre pensieri automatici ma le daremo una alternativa ad essi alla quale potrà appigliarsi. E questa alternativa non sarà un automatismo ma una scelta prodotta da noi

Se lavoriamo alla disperazione sensoriale, senza i sensi, i pensieri non potranno più nutrirsi delle percezioni sensoriali dirette. Dovranno alimentarsi da un’altra fonte. Quale sarà?

La mente potrà scegliere fonti di conoscenza corretta, come i contenuti trasmessi dai maestri o sapienti in generale, o da deduzioni logiche di un chiaro pensiero. Insomma non sarà più qualcosa dentro di noi che pensa da solo, ma saremo noi a fornire alla mente di superficie il “materiale da pensare

Iniziamo dunque a dare un cibo diverso da quello solito legato alla percezione diretta dei sensi en interpretata secondo gli schemi mentali automatici dei quali siamo schiavi inconsapevoli.
La contro alimentiamo. I
n quello stato di assenza dei sensi dunque possiamo percepire che i pensieri ci sono sempre. Ma stiamo già facendo un ottimo lavoro di osservazione e distacco (vairagya).

Tecniche come Antar Mouna che vedremo, ci insegneranno a guardare ciò che passa nella coscienza ordinaria o mente di superficie ed a scegliere cosa vogliamo che rimanga e cosa no.
Sarà una scelta selettiva dei nostri pensieri.
Questo perché ci stiamo allenando a scoprire che i pensieri non li pensiamo noi, i pensieri arrivano. E non sappiamo da dove, non sappiamo chi li produce.
Quando vedremo questo semplice dato di fatto saremo sulla strada di governare il nostro processo del pensare.

Infatti, approdando alla concentrazione, tra tutti quei pensieri finalmente potremo scegliere quale di essi pensare e lo agganceremo cercando di non mollarlo per tutto il tempo che noi avremo deciso, liberamente.
La nostra mente penserà ma penserà ciò che abbiamo deciso noi. L’alimentazione della nostra mente la sceglieremo noi e non il mondo esterno o quello inconscio.
Questo significa iniziare ad esercitare la facoltà del distacco ed avvicinarci alla vera Libertà.
Questo significa anche iniziare ad esercitare la facoltà del discernimento,

Allenando queste due qualità anche prima di arrivare a stati coscienziali superiori, capiterà che di fronte ad un avvenimento saremo in grado di vedere le diverse opzioni e decidere quale di esse sia la più sana.

Quanto ci insegnerà il Pratyāhāra è imparare ad usare tutte le nostre potenzialità eliminando prima ciò che non serve, ciò che ci inganna, ciò che ci fa travisare, fraintendere, distorcere la nostra vita e le situazioni che incontreremo e poi ad agire in modo equo ed imparziale, libero, senza condizionamenti, e pregiudizi.

Poi, se vorremo potremo spingerci oltre e fare un salto nell’Antar Yoga, quello della concentrazione e della meditazione dove scopriremo mondi ancora più interessanti che ci riguardano ma prima dovremo aver attraversato con successo questo ponte.

Ricapitolando.
L’esperienza quotidiana è fatta di stimoli sensoriali ma la mente di superficie o coscienza ordinaria se lasciata libera, interpreta secondo ciò che in essa si è stratificato nel corso di tutta la nostra esistenza producendo pensieri re-attivi e non pensieri liberi; noi dobbiamo veicolarla ad acquisire una capacità di azione libera, distaccata dai meccanismi azione-reazione/causa-effetto.

Il distacco
La parola distacco viene spesso erroneamente interpretata.
L’immagine che si forma probabilmente nella mente di chi dovesse immaginare una persona dotata di capacità di distacco è quella di una persona indifferente, fredda, disinteressata.
Rende invece molto meglio la metafora del fiore di loto.
La sua caratteristica è che le radici affondano nel fango quindi, non può crescere senza il fango, ma nonostante ciò, i suoi petali sono splendenti ed incontaminati.
Questo significa che possiamo continuare ad avere le nostre radici nella melma delle difficoltà quotidiane ma nonostante ciò non farci risucchiare da quel fango.

Una persona che abbia conquistato la sana virtù del distacco non ha perso quella dell’umanità, dell’amore, dell’interesse e di fronte ad un incidente che vede accadere davanti ai suoi occhi, interviene lucidamente chiamando i soccorsi e magari salvando la vita ad un’altra persona.
Chi non sia capace di distacco può svenire, scappare, entrare in panico.
Il sano distacco dunque nulla ha a che fare con l’indifferenza, anzi, in quella situazione fatta poco sopra nell’esempio, la mantenuta lucidità farà prendere alla persona le migliori decisioni discriminando ciò che è giusto fare da ciò che non lo è.
Il sano distacco usa la percezione sensoriale e la interpreta senza filtri.

Ma per distaccarci abbiamo bisogno di “prendere le distanze” da ciò che accade, come facciamo di fronte alla tela di un artista in una galleria d’arte. Distacco dignifica infatti “togliere dal tocco”. Distacco allora è legato ad una osservazione da lontano.

Quando ci assalgono, ci toccano emozioni come paura, rabbia, frustrazione, ma anche gioia, entusiasmo abbiamo la cartina tornasole che rispetto a ciò che stiamo vivendo non c’è distacco, non siamo in una visione da lontano.
Anzi spesso in questi casi si tende a dare la colpa o il merito del nostro stato d’animo agli altri:
sono arrabbiato con…, sono felice per…”,
ma questo significa mettere nelle mani degli altri il telecomando della nostra vita.

Se abbiamo rabbia o rancore, dobbiamo imparare ad osservare queste emozioni e vedere da dove originano e sicuramente vedremo che sono frutto di tutta una serie concatenata di reazioni.

Tuttavia non sempre le cose sono così semplici come quando si fanno gli esempi. 
Spesso la vita è molto più complessa e spesso le situazioni sono così ingarbugliate che guardarle da fuori non è realmente semplice.

Le tecniche che insegna il Pratyāhāra servono ad imparare il modo per raggiungere questo distacco benefico e poi trovarci ad applicarlo nella “nostra” vita, diventandone padroni portando beneficio non solo a noi, ma a tutti coloro con i quali ci relazioneremo.

Pratyāhāra significa contro alimentarsi, ed abbiamo visto sopra come fa. Darà in pasto alla nostra mente qualcosa di diverso rispetto a quello di cui normalmente si nutre.

La meraviglia dello Yoga è che è una scienza esatta.
Quindi utilizzando gli strumenti infallibili e ripetibili che essa ci offre possiamo aiutare noi stessi a trovare la nostre essenza, libera dalle influenze esterne.

Christina