Il significato del Prânâyâma

Eccoci arrivati nel mezzo, il punto di svolta, l’incrocio tra fisico-materico e materico-spirituale.

Per capire partiamo da qualcosa che noi occidentali ben conosciamo. Una legge fisica.
La materia non si crea e non si distrugge”. Si trasforma. Con i distinguo del caso siamo tutti d’accordo.
Ora se questo è vero, prima che la materia diventi tale, cioè si trasformi in materia, cosa è?
Qui ci risponde Einstein.

Einstein ci dice che l’Energia è = alla Massa (materia) x la Velocità della Luce al quadrato. E= mc² (dove c²  è sempre una costante cioè 300.000km/s che fa 90 miliardi).
Andando a semplificare al massimo, vediamo che questa equazione ci dice che per avere Energia, ci sono due cose che devono moltiplicarsi.
Queste due cose sono una massa e la velocità della  luce (fotone) al suo quadrato.
Questa Energia, in sanscrito è chiamata Prâna ed è di questa parte di Energia “intrappolata” dentro di noi che si occupa il Prânâyâma.
Yama è controllo, quindi Prâna-Yama è il controllo del Prâna. Ma esattamente cosa significa Prâna?

La radice “pra” significa “precedente, avanti (1)

L’uomo indoeuropeo, nel legarsi alla luce nascente del giorno, aveva come scopo stabilire un buon rapporto con gli dei e di essere puro.

Rivolgersi alla luce del giorno era pertanto prioritario. Data la “priorità” di questo rituale, dalla radice “p”derivò la parola praprima“, “avanti“, da cui i termini latini primus, proe prior. Ma dato anche il senso di questa prioritaria purificazione la lettera “p”assunse anche il significato di”purificazione”.

Per la stessa ragione l’est, fonte della prima luce ed anche purificatrice, fu detto in sanscrito puras “prima” e pūrva“primo”.
Da cui pūrvottasana

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il cui significato è “asana rivolta verso est” dove l’ovest è il petto
Mentre paschima significa ovest  asana rivolta ad occidente”, la pinza dove ovest è rappresentato dal dorso.

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Il fonema indoeuropeo “na” significa acqua  (2) (pensiamo alla parola nuoto).

Se “prima” c’era la luce del mattino, il suo oscurarsi porta tenebra; poiché si pensava che la luce fosse avvolta dalle acque tenebrose “na” fu la negazione della luce “no puras”.
Anche per il cinese l’idioma acqua è associato a qualcosa che oscura infatti è rappresentato da una linea con sotto qualcosa che prova a spuntare.

Così si associava al buio la presenza di acqua che fu chiamata “na” come fonema più semplice, relativamente alla istintiva capacità di dire na quando si intendeva dire “no luce”.
Na allora come sinonimo di acqua. Acqua che copre la luce.

an” significa invece “ avvio” e quindi “soffio vitale, respiro” potremmo dire vita [1]
yama” che significa “controllare, limitare, trattenere”.

Prânâyâma significa dunque “controllo di quello che esiste precedentemente al soffio vitale delle Acque che oscurano la luce”.
Potremmo dire il controllo di ciò che c’era prima del Grande Oceano della vita della Materia che ovviamente oscura la Luce!!!!
Lo abbiamo visto prima con l’equazione della relatività ristretta enunciata nel 1905.

Interessante no?
Come prima del vapore c’era l’acqua, cosa c’era prima che il “soffio soffiasse”? Prima del soffio vitale c’era cosa? L’indifferenziato Energetico.

Il Prânâyâma è il controllo di quella cosa che c’era prima del differenziato, di quello che si è manifestato nelle forme materiali.

Con il Prânâyâma controlliamo allora ciò che ci ha dato la vita manifesta.

Ora, dentro di noi, ci sono tutti e tre questi fattori, materia, luce, energia.
Immaginando la creazione della vita materica ed ipotizzandola sull’uomo ed andando a prendere concetti esoterici come quello di Kundalini, di Spirito Santo, di Illuminazione, vediamo che tutto torna.
Kundalini sarebbe infatti quella Energia creatrice che entra dal bregma (la fontanella nel capo dei neonati) nella fase embrionale e si va a depositare alla base dell’osso sacro. Sappiamo bene che la risalita di Kundalini è un accadimento che se non si ha sufficiente forza spirituale può essere letale.
La risalita di questa energia si manifesta attraverso forme di calore, forme di visione luminosa, cambiamento di stato coscienziale. Lo stesso accade per chi abbia risvegliato in sé lo Spirito Santo, che è la stessa cosa.

Nelle forme di illuminazione non a caso si usa questo termine perché la risalita energetica è accompagnata dalla luce. Sempre Einstein che torna.
Le parole sono molto importanti. La parola illuminato dunque ha un significato profondamente veritiero.
Questa Energia che ci rende materia esiste in ciascuno di noi e ciascuno di noi ne ha ricevuto in dono un certo quantitativo che determina la nostra potenziale permanenza nello stato materico.
Come ci dice la Medicina Tradizionale Cinese, questo quantitativo – Yuan Qi (cielo anteriore) – non è modificabile.
Quando usiamo il Prânâyâma quindi non andiamo ad incrementare questo quantitativo, andiamo ad evitare di consumare ciò che abbiamo come scorta e lo andiamo ad ottimizzare.
Prendere il Prâna dell’aria, dell’acqua, del cibo, ci permette di non consumare il nostro.
Ecco perché le tecniche di Prânâyâma all’aria aperta sono più efficaci e lo sono ancor di più al mare; è la somma del Prâna contenuto nell’aria il più “biodisponibile” con quello dell’acqua, la forma immediatamente dopo.

Tutta la MTC si basa sul controllo, ripristino e fluidificazione di questa Energia. Tutte le tecniche che usa la MTC sono finalizzate al controllo della dispersone energetica. Dietetica, Agopuntura, Massaggi, Moxa. Tutti i suoi rami lavorano sull’Energia.

Non a caso l’ideogramma cinese che rappresenta il Qi è quello del vapore che si eleva sopra una ciotola di riso.

La dietetica cinese, ma anche Ayurvedica conoscono bene quanto il cibo sia un veicolo di Prâna, di Energia, e lo sappiamo anche noi visto che quando non ci nutriamo adeguatamente perdiamo le nostre forze. Per questo motivo il cibo deve essere vivo, vitale, sano. E se digiuniamo senza un controllo di ciò che stiamo facendo,  avremo un calo di energia poiché manca la fonte del cibo che deve essere compensato per via sottile, ecco perché il digiuno “terapeutico” effettuato in luoghi ricchi di Prâna, coadiuvato da tecniche yogiche e guidato da persone esperte è così benefico.

E ciò che mangiamo influenza ciò che pensiamo e come agiamo perché porta con sé l’energia del posto dove è stato coltivato, delle persone che se ne sono occupate, delle materie prime, dei semi.
Senza nessuna faziosità, mangiare animali morti significa introdurre alimenti senza Prâna, senza Energia, essendo morti. I modi poi in cui questi animali sono stati uccisi determina anche il tipo di energia che rimarrà nelle loro carni e quindi che introdurremo dentro di noi mangiandoli. A ciascuno le sue conclusioni.

Possiamo dunque realmente dire che questa scienza mette in collegamento Terra e Cielo.

La nostra esistenza, il fatto di essere vivi è direttamente collegato al respiro; ma perché l’uomo è stato dotato di questa facoltà di respirare in questo modo così articolato?
Perché il sistema respiratorio trasporta nella maniera più quantitativamente e qualitativamente elevata, Prâna. Almeno se le cose vanno bene. Spesso le nostre vite alterano completamente questo sistema perfetto e li iniziano i guai.
I pesci  per esempio non hanno un sistema di respirazione come il nostro, loro assumono Prâna dall’acqua.

Come Captare il Prâna
Il primo veicolo di captazione di Prâna è il respiro.
Il secondo veicolo in ordine di importanza è l’acqua, senza la quale si può sopravvivere solo pochi giorni.
Infine il terzo veicolo è il cibo.
Sappiamo tutti che non respirare conduce al decesso quasi immediato, non bere impiega alcuni giorni, senza mangiare possiamo rimanere in vita per settimane, mesi o addirittura, in alcuni casi speciali, anni.

Stiamo dicendo quindi che le tre fonti primarie di nutrimento energetico sono il respiro, l’acqua e poi il cibo.

Ora, il Prânâyâma è quella scienza che si occupa di insegnare quelle tecniche che basandosi sul processo respiratorio, quello fondamentale per l’esistenza in vita, armonizza e riorganizza l’energia di cui siamo formati ma è anche in grado di captare quella che c’è intorno a noi per utilizzarla al posto dello Yuan Qi (cielo anteriore –il quantitativo di Prânâ dotatoci al nostro concepimento), permettendoci di far combaciare il più possibile il ”tempo del nostro programma di vita” nel corpo fisico con quanto saremo in grado di preservarlo nel quotidiano.

Questo respiro vitale, il Prâna appunto, ci dice che si manifesta nell’uomo nella forma di cinque “soffi” che operano al suo interno. Le tecniche di Prânâyâma sanno come governare questi soffi.

Essi sono:

Prana (pra+an) è il soffio in avanti (pra significa primo)
Apana (apa+an) il soffio verso il basso (apa); il soffio purificatore dell’acqua tenebrosa”. O meglio acqua pura che purifica acqua tenebrosa.
Samana (san+an) il soffio che circola (samana significa con)
Udana (ud+an) il soffio verso l’alto (ud significa alto)
Viyana ( vi+yan) il soffio diffuso, soffio che conosce (vi significa “avanzare, conoscere”)[1]

Tutto ciò che è manifesto è sostenuto e collegato dal Prâna e la vita tra gli esseri viventi è un continuo scambio ed assorbimento di Prâna.

Trasferimento pranico arriva quindi anche dal contatto con l’esterno, con la natura (un giardinetto o un parco o un bosco sono energeticamente molto differenti) e dal contatto con le altre persone che per questa ragione devono essere il più possibile positive.

Per individuare poi sulla nostra pelle cosa sia il Prâna pensiamo a quando viene a mancare. Un giramento di testa, un senso di mancamento per una forte emozione come una paura, uno svenimento.

Ma anche in positivo come lo slancio nei confronti di chi amiamo o i brividi di emozione che non sono altro che Prâna che viene in superficie

Sin dall’antichità questa energia è stata utilizzata per guarire (pranoterapia)
Essa tende infatti ad uscire dalle estremità. Portiamo spontaneamente le mani dove abbiamo dolore. Spesso poi esprimiamo il nostro affetto con una carezza e percepiamo l’energia di quel tocco. Il Prâna esce poi anche dagli occhi, che per questo sono indicati come ‘lo specchio dell’anima’, e rivelatori della nostra energia-coscienza.

E’dunque  impossibile scindere l’aspetto del Prâna da quello del respiro e da quello della evoluzione personale. Il respiro è il ponte, l’interfaccia tra noi e ciò che ci origina, lo Spirito, e tra noi e l’esterno. Per questa ragione lo Yoga ne fa uno strumento di eccellenza nella pratica con le più svariate, complete ed efficaci tecniche.

[1]Franco Rendich dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee – Sanscrito – Greco – Latino (pag. 290)

[1]Franco Rendich dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee – Sanscrito – Greco – Latino (pag. 345)

[2]Franco Rendich dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee – Sanscrito – Greco – Latino (pag. 288 e seguenti)

 

Christina