Dharana – la concentrazione

Dharana – la concentrazione

Sebbene le pratiche di concentrazione differiscano anche molto tra loro, la qualità che richiedono prima di ogni cosa è l’attenzione.

Nello stato mentale ordinario, l’attenzione è una qualità oscillatoria, che accade piuttosto casualmente e che quindi permette ai pensieri di fare man bassa nella nostra mente. L’attenzione comune va e viene senza il nostro consenso; non è qualcosa che scegliamo, è qualcosa che accade.

Che vi sia un flusso mentale meccanicamente determinato come quello di un operaio a lavoro, o una acuta vigilanza attiva come quella di una guardia linea del tennis o quella passiva di un lettore assorto, è altamente probabile che si creino continuamente dispersioni di attenzione in quelle menti, trascinandole in quegli stessi momenti da un luogo all’altro.

L’attenzione cui mirano le pratiche di concentrazione non tende solo a governare la disattenzione, ma anche una comune attenzione altalenante cercando di produrre in primis una attenzione continua, e poi giungere ad una concentrazionevera e propria.

Se abbiamo dei dubbi sul potere di attenzione che abbiamo anche in uno stato che supponiamo di concentrazione, possiamo fare un esperimento.

Ci mettiamo in tre o quattro coppie, ciascuno di noi racconta ad un altro una sua storia vera. Poi scambiamo le coppie e chi ha ricevuto la storia la racconta all’altro. Poi facciamo un bel controllo incrociato e ciascuno di noi racconta l’ultima storia ascoltata. Si potrà essere ben certi che, se si è molto fortunati avremo solo perso dei pezzi, se si è meno fortunati la storia riportata sarà stata alquanto travisata.

Questo sia perché mentre ascoltiamo applichiamo al racconto i nostri filtri, sia perché la nostra attenzione non è in grado di essere continua.

Il Pratyāhāra ci ha insegnato a restare testimoni non-reattivi di ciò che sta avvenendo fuori o dentro di noi. Qualunque cosa emerga nella mente viene osservata e lasciata passare, senza ragionarci sopra né reagirci contro. Qualsiasi immagine, pensiero, sentimento sorga non sarà nostra esca, non verrà permesso a nulla di rubare l’attenzione, disperdendola in un fiume di associazioni e se anche l’attenzione dovesse interrompersi, un atteggiamento non-reattivo acquieterà la mente e le permetterà di ricominciare. 

Ora la domanda può essere:

in che modo la pratica dell’attenzione e della concentrazione permette di liberarsi dall’essere identificati col nostro ego, altrimenti detto il falso io o coscienza ordinaria

Non sto ovviamente parlando di chissà quale rivelazione mistica. Ciascuno di noi scende su questa Terra con un ben definito progetto incarnatorio, non arriviamo a caso. E ciascuno secondo il suo livello di comprensione, proverà ad appagare tale aspirazione.

Una volta che i famosi condizionamenti, modelli, inclinazioni, automatismi, si sono fissati nelle nostra struttura mentale un falso io si identifica (asmita) con esse e diviene sempre più forte.

Se ci rendiamo conto che questo automatismo dell’identificazione è ciò di cui si nutre il falso io, capiamo immediatamente che se togliamo quella identificazione, il falso io non esiste più.

Partiamo dal pratico.

Se tentiamo di tenere ferma la mente su un punto vedremo in modo esperienziale ed inequivocabile che non abbiamo alcun controllo sul flusso mentale. 

Se chiediamo infatti a noi stessi o a qualcun altro che non sia avvezzo alla meditazione di fare esercizi di concentrazione, anche semplicemente ripetere senza distrarsi per 30 volte il mantra OM, scopriremo sulla nostra pelle che non siamo capaci e saremo sommersi nel frattempo che ci proviamo da chissà quanti altri pensieri in quei 30 secondi..

Questo è il primo passo per vedere che il flusso mentale non è qualcosa che “io” sto facendo, ma è qualcosa che sta accadendo.

Senza avere questa esperienza pratica – pratyakṣa – non potremo neanche avvicinarci alla meditazione.

Tanto più chiaramente comprenderemo la distinzione tra noi stessi ed i nostri pensieri con relativi contenuti, tanto prima riusciremo ad oggettivare e disidentificarci con essi.

Fare questi esercizi di attenzione contemplativa equivale a mettere in pratica strategie di indebolimento per la mente di superficie o ego o coscienza ordinaria. 

Quando gli automatismi associativi vengono privati del nutrimento normalmente fornito dagli stati di distrazione della mente, iniziano ad asfissiare ed a perdere nutrimento. Per la psiche non esiste stasi: se gli automatismi non vengono alimentati si indeboliscono. 

La pratica di una assidua attenzione contemplativa – concentrazione – allontana prima e dissolve poi ogni automatismo e permette alla consapevolezza di noi di uscire dal fantom dell’ego, dell’io falso.

Attenzione però perché la disidentificazione con chi crediamo di essere che si verifica grazie al lavoro contemplativo può essere molto pericolosa, può gettarci in stati di profonda dissoluzione, provocare shock profondi che solo il sostegno di una antica tradizione come quella Yogica e la guida di un maestro esperto possono accompagnare.
Proporre tecniche contemplative facendo a meno del contesto tradizionale in cui queste nascono, è molto pericoloso.
Meglio allora giocare a far finta di meditare e fermarsi ad un sano quanto superficiale Hata Yoga.

L’Ashtanga Yoga non a caso pone molta attenzione a tutti gli stadi precedenti questo stato, un graduale accompagnamento del lavoro interiore fatto da yama, niyama, asana, pranayama e pratyahara.

Senza il retto lavoro esteriore, il lavoro interiore non può spingersi molto lontano. È difficilissimo trovare una sola eccezione a questa regola, nelle grandi tradizioni. Per questo iniziare con la meditazione può essere molto pericoloso.

Dice Patanjali Y.S.III.1 

“desa bandhas cittasya dharana”

“La concentrazione è il fissarsi della mente in un luogo” (Vyasa).

Per evitare i rischi di dissoluzione Patanjali non ci lascia soli. Ci fornisce una solida base su cui appoggiarci anche in questa fase. 

Iniziamo a vedere allora come possiamo fare queste prime pratiche di dharana, grazie alle quali inizieremo ad allenarci alla disidentificazione.  

Un bambino quando gioca può tranquillamente non sentire il richiamo della mamma. In lui una profonda attenzione lo fa essere totalmente immerso nel suo gioco con una concentrazione totale e spontanea.

Lo stesso accade ad un musicista, ad uno scrittore, and uno schermitore…

Cosa hanno in comune tutte queste persone? Con tutte le eccezioni del caso viste sopra, essi portano la loro attenzione in quello che fanno, hanno messo in un unico punto tutta la loro energia di pensiero. L’hanno concentrata

C’è il bellissimo esempio della lente sotto al sole che converge i suoi raggi su un foglio di carta; quando la conversione dei raggi raggiunge un punto, allora il foglio prende fuoco.

Questo è ciò che fa Dharana. Prende tutti i raggi della coscienza e li converge in un punto, li con-centra, li mette al centro in un solo punto non ne fa scappare nemmeno uno e da li accade qualcosa.

La parola concentrazione, vuol dire con-centro,cioè avere un centro.

Poiché la mente come abbiamo visto sopra per sua natura non può stare senza un riferimento glielo forniremo ma non sarà un oggetto dispersivo. 

Forniremo dunque alla mente ciò che vuole, pensieri, ma lo faremo sapendo cosa fornire. Le daremo un oggetto su cui concentrarsi, un oggetto archetipico negli stati più avanzati (anche un simbolo), e questa esperienza non verrà abbandonata sino a che non saremo in grado di avere una mente che sappia stare li senza perdersi.

Le possibilità di concentrazione di un essere umano sono molteplici.
Essa può essere spontanea come quella che avviene quando qualcosa di inaspettato desta la nostra attenzione tanto da lasciare tutto quello che stavamo facendo, oppure concentrata come un musicista che suona oppure selettiva come quando ascoltiamo una orchestra e decidiamo ci concentrarci solo su una sessione strumentale o su un solo strumento.

Ma l’essere umano al contrario di un animale, può volontariamente concentrarsi anche su qualcosa che sia privo di alcun interesse. Un animale pur possedendo una capacità di attenzione anche superiore a volte a quella umana, si concentrerà solo se spinto da interesse.

Essendo dunque programmati per farlo, sceglieremo di concentrarci su un oggetto che non produca alcuna attrazione o repulsione e seguiremo le sue naturali evoluzioni.

Può essere il ticchettio di una sveglia, il fluire del nostro respiro, un oggetto neutro come uno spillo. Il fluire del respiro ha il vantaggio che è sempre nel qui ed ora, per cui sceglierlo è sicuramente un buon modo di non perdersi. Oppure possiamo avere delle forme associative dinamiche come una tazzina ed il cucchiaino, il caffe, il profumo, il colore.
Bisogna scegliere questi esercizi dal più semplice al più complesso ed eseguire ciascuno di loro, ogni giorno, per cinque minuti per almeno per un mese.
Si può ogni giorno scegliere un nuovo pensiero ma anche conservare lo stesso pensiero per diversi giorni. 

Con qualcuno che sia principiante è bene lavorare con questo tipo di concentrazione. 

Nel Mahabharata si racconta che un Maestro chiede al discepolo di tirare una freccia ad un uccello su un albero. E gli dice? 

“Che cosa vedi?”

“Vedo l’albero, il ramo, l’uccello”, risponde il discepolo.

“Non tirare. 

Guarda meglio”, gli dice il Maestro. 

“Che cosa vedi?”

“Vedo il ramo, vedo l’uccello”.

“Guarda meglio”, gli dice il Maestro.

“Vedo l’uccello”.

“Guarda bene”.

“Vedo l’occhio dell’uccello”.

“Adesso puoi tirare”.

Questo racconto ci dice che prima di arrivare al punto della concentrazione, ci sono molte cose che vanno sfrondate. Sono ostacoli che ci impediranno di esercitare una attenzione contemplativa continuativa.