Āsana nel testo Yoga Sutra

Yoga Sutra II. 46 – 47- 48

Le Āsana o posizioni yogiche non sono altro che uno degli aspetti dello Yoga ma per l’occidentale sedentario rappresentano una pratica importantissima dalla quale ricevere immediati tangibili effetti propedeutici alle altre forme di Yoga.
Mentre la ginnastica svedese e le discipline agonistiche sono fondate sulla mera azione esteriore che sviluppa soprattutto la muscolatura somatica, le āsana agiscono profondamente nell’universo interiore dell’uomo, sia sul piano fisico (visceri, ghiandole endocrine, cervello, sistema nervoso volontario e vegetativo) sia sul piano mentale apportando calma, serenità, dinamismo, gioia controllo delle emozioni e dei pensieri..
Esse donano al corpo una scioltezza ineguagliabile, una resistenza straordinaria senza ingenerare alcuna fatica ma costituiscono contemporaneamente un importantissimo esercizio di concentrazione[1].

Lo Yoga è una disciplina psico-fisica che utilizza delle metodiche specificamente psichiche ma le fa accompagnare da applicazioni corporee.

Patanjali non riserva grande attenzione ad āsana ne infatti parla soltanto in 3 sutra, ma in quei tre sutra non manca nulla. Sono il 46-47-48 del Libro Secondo (vedi sotto)

Questo rivoluzionario testo esoterico, come tutti i testi esoterici, da poche indicazioni per il corpo perché sa che esso è talmente intelligente che, se la mente è ben governata, non vi sarà sul corpo fisico nessuna ripercussione patologica.
Quindi il suo obiettivo è esclusivamente relativo al governo della psiche e con il termine psiche intendiamo lo spazio di azione del pensare, del sentire e del volere, uno spazio che possiamo anche chiamare anima. Un “governo dell’anima” dunque nelle sue 3 specifiche facoltà: pensare-sentire-volere.
Risolto il governo della psiche o anima,  si raggiungerà il successivo stato di coscienza del samadhi, quello specifico stato di coscienza (il quarto) nel quale si arriva  alla piena scoperta del nostro Sé, cioè di di chi c’è oltre alla manifestazione ordinaria di noi stessi nella vita quotidiana e  fatta principalmente di comportamenti, pensieri e sensazioni automatici…

Potremmo riassumere tutto ciò con tre parole sanscrite:  Sat-Chit-Ananda Essenza, Coscienza, Beatitudine.

 La pratica di āsana era finalizzata per Patanjali ad una posizione stabile e comoda. Tutto qui. Il fine era la possibilità di ascendere nella scala della nostra coscienza. Il fine è il IV stato di Coscienza, l’iniziazione.

Dagli Yoga Sutra di Patanjali

Sthira Sukham Asanam – II.46
Prayatna Shaithilya Ananta Samapattibhyam – II.47
Tato dvandvah anabhighatah – II.48

Traduzione

 “l’asana è una stabile, confortevole posizione.
ottenuta assenza dello sforzo (Prayatna Shaithilya)
e con la contemplazione sull’infinito (Ananta Samapatti).
Così lo yogi è libero dal disturbo della coppia degli opposti (Tato dvandvah anabhighatah )”

Se Patanjali descrive āsana solo nel sutra – II.46sthira-sukham-asanam” – la cui traduzione è che l’āsana deve essere stabile e confortevole, si può dire che per Patanjali è importante solo essere capaci di assumere una confortevole postura in cui si possa sedere per un lungo periodo. Per lui va bene anche sedersi su una sedia.
Qui si scorge il retro-sapere dell’importanza esoterica di una colonna vertebrale correttamente eretta.

Infatti dice – II.47 – che è necessario il rilasciamento dello sforzo perché solo se non c’è alcuno sforzo (ricordiamo anche il non nuocere Ahimsa), non c’è alcun richiamo del mentale e quindi si può “contemplare l’infinito” che non è una poetica immagine per fare presa sul lettore, ma è una vera e propria indicazione fisica.

L’infinito è quella “sensazione-non-sensazione” del corpo, il trovarsi in una posizione talmente stabile e comoda che non si percepisce più il corpo; nessuna tensione muscolare, nessun fastidio tattile, nessun disturbo respiratorio.
Nulla di più. Il corpo immerso e parte dell’infinito intorno a sé, il corpo senza limiti del corpo stesso.
Non a caso le parole del Sutra 47 Ananta e Samapatti significao letteralmente “senza fine” e unione, contemplazione.”

Il corpo dunque senza fine e la contemplazione del senza fine (Samapatti) che non ha alcuna differenziazione con il corpo stesso.

Il sutra successivo – II.48 – parla di superamento della coppia di opposti.

Quando il corpo si trova a contemplare qualcosa dentro cui esso stesso è immerso e di cui non percepisce confine, tutto diventa uno, l’opposto non esiste più.
Se perdiamo i confini col corpo, la sua percezione, se il corpo è silente nella sua stabilità e comodità,  allora abbiamo raggiunto l’āsana perché il corpo non avrà più nessun messaggio da mandare alla mente e svolgerà il suo lavoro in silenzio ed armonia con la grande intelligenza che porta in se e la psiche o anima potrà smettere di dover fare da tramite tra copro e spirito e volgersi finalmente solo in direzione e servizio dello Spirito (il Logos o pensiero puro).

Sempre nel significato esoterico di una colonna perfettamente eretta, ricordiamo che in essa passano i tre principali canali energetici distributori di energia vitale a tutto il corpo fisico: Ida, Pingala e Sushumna,
Ida e Pingala il sinistro ed il destro (della colonna vertebrale) – non possono riunirsi in Sushumna – il canale energetico principale del nostro corpo che scorre lungo la colonna – se ci sono errori posturali perché il Prana, l’energia vitale che scorre in tutti i canali energetici-nadi,  non può scorrere liberamente; un po come se nel tubo di irrigazione si forma uno schiacciamento. Se questo accade Kundalini viene bloccata nella sua risalita e questo sarebbe il migliore dei casi, nel peggior, il blocco della sua risalita può diventare letale..
E lui certo lo sapeva bene. Per questo era così perentorio.

Quando dunque Patanjali parla di āsana, è importante dirlo, non parla di Hata Yoga.

Āsana come terzo anga (passo o ramo) è solo una attitudine del corpo su cui costruire la tecnica psicologica che verrà esposta negli Yoga sutra ai successivi anga.

[1] André Van Lysebeth – tratto da “Imparo lo Yoga”